Anatocismo: primi fermenti

Nell’articolo precedente (Anatocismo: le origini) abbiamo visto com’è stato possibile, da parte delle banche, poter applicare l’anatocismo per quasi mezzo secolo.

Ma all’inizio degli anni ’90 iniziano a fermentare i primi tentativi per migliorare il rapporto tra gli Istituti di Credito e i cittadini. Tra essi va segnalata la Legge 154/92, Norme per la trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari, che recita testualmente all’art. 4:

I contratti devono indicare il tasso di interesse e ogni altro prezzo e condizione praticati, inclusi, per i contratti di credito, gli eventuali maggiori oneri in caso di mora. […]

Le clausole contrattuali di rinvio agli usi sono nulle e si considerano non apposte.

Le clausole che prevedono tassi, prezzi e condizioni più sfavorevoli per i clienti di quelli resi pubblici sono nulle“.

Tra l’altro, nell’art. 5 veniva anche individuato il tasso sostitutivo applicabile in ipotesi di nullità delle clausole contrattuali:

Nelle ipotesi di nullità di cui all’articolo 4, comma 4, nonché nei casi di mancanza di specifiche indicazioni, si applicano: a) il tasso nominale minimo e quello massimo dei buoni ordinari del Tesoro annuali o di altri titoli similari eventualmente indicati dal Ministro del tesoro, emessi nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto, rispettivamente per le operazioni attive e per quelle passive; b) gli altri prezzi e condizioni resi pubblici nel corso della durata del rapporto per le corrispondenti categorie di operazioni e servizi; in mancanza di pubblicità nulla è dovuto”.

Come spesso avviene però nel nostro ordinamento, le norme sopra riportate vengono abrogate l’anno successivo dal D.lgs. n. 385/1993, e anche se il relativo contenuto è stato trasfuso e rivisto mantenendo il succo della questione quasi inalterato, si iniziano a a generare dei focolai di confusione che poi caratterizzeranno tutta la materia negli anni a seguire.

Nella sostanza, dall’entrata in vigore della legge n. 154/1992 prima e del D.lgs. 385/1993 poi, è stata stabilita ex lege la nullità delle clausole di rinvio agli usi per la determinazione degli interessi, comportando quindi l’applicazione di un tasso legale sostitutivo.

Naturalmente, da quel momento in poi sono fioccate richieste di ricalcolo degli interessi (in tutti quei rapporti inficiati dalla mancata regolarità indicata dalla sopradette norme) che hanno dato luogo a contenziosi non sempre conclusi completamente a favore dei correntisti, per tutta una serie di vuoti legislativi e interpretazioni giurisprudenziali.

Il periodo però diventava maturo per accogliere delle trasformazioni molto importanti: una nuova legge che regolasse finalmente il fenomeno degli interessi usurari, ponendo dei limiti e delle sanzioni.

Ma questo è già argomento del prossimo articolo…

Nel frattempo, Vi invitiamo a contattarci per scoprire com’è semplice ottenere una prima verifica contabile per determinare se il proprio strumento finanziario è viziato da irregolarità e, soprattutto, cosa si può ottenere in termini pratici ed economici.

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